Il Baobab e la Leonessa


In Africa, da qualche parte nella savana, c'era un baobab.

Non era un baobab particolarmente alto, grande, e maestoso, lo si sarebbe definito piuttosto come un baobab del tutto normale, un tranquillo babobab di mezza età come tanti altri, lì nella savana africana.
Il nostro baobab era comunque abbastanza grande da fornire abitualmente ospitalità a molti animali, che erano felici di trovare riparo sotto ai suoi rami o all'interno delle contorte volute del suo tronco.
Il baobab invece non era felice.
Intendiamoci, questo non significa che il baoab fosse triste, depresso, angosciato o in qualche modo di cattivo umore, era semplicemente un baobab, e in quanto tale difficilmente provava delle emozioni particolarmente intense e violente. Si limitava a restare lì, succhiando acqua dalle radici e pompandola fino ai suoi rami più alti, rami che erano frondosi e verdi soltanto nei pochi giorni piovosi che il cielo concedeva all'arida savana, mentre per tutto il resto del tempo erano secchi e spogli.
L'aspetto abituale dei rami del baobab è talmente fuori dal comune che esiste una  leggenda africana secondo la quale un giorno Dio si era indispettito con il Baobab e per punizione lo aveva messo a testa in giù, con le radici per aria. Questo però il babobab non lo sapeva, perché nessuno era mai passato di lì a raccontargli le leggende che lo riguardavano.
Da quasi cinquecento anni il baobab era saldamente piantato lì nel suo angolino di savana, quando passò di lì una leonessa piuttosto malconcia e denutrita.
La leonessa, in preda al delirio causato dalla fame e dalla sete, si rivolse al baobab.
"Ho sete. Tu sei pieno d'acqua, dammi da bere" ringhiò la leonessa.
Il babobab fu sorpreso dalla richiesta. Negli ultimi trecento anni nessuno gli aveva rivolto la parola, tutti si limitavano a passare di lì e fare i comodi loro senza interpellarlo.
Gli ci volle qualche ora di meditazione per riuscire a ricordarsi il modo per parlare agli animali, e a dare una risposta alla leonessa.
"Non sono in grado di darti da bere. L'acqua è dentro al mio tronco, non posso farla uscire. Non è nella natura delle cose"
La leonessa parve sorpresa, non tanto dal contenuto della risposta del baobab quanto dal fatto che l'albero le avesse risposto. Gli alberi, di solito, non parlano con le leonesse. Pensò di essersi immaginata tutto, e balzò su di un ramo per dormire.
Fu svegliata qualche ora più tardi da un rumore di passi e da un forte odore di preda in avvicinamento. Aprì gli occhi, annusò l'aria, e percepì distintamente l'arrivo di una giovane gazzella accompagnata dai suoi due cuccioli, tutti diretti verso il baobab.
La leonessa raccolse le sue ultime energie e si preparò al balzo.
Mamma gazzella stava trotterellando sotto all'albero, in cerca di un po' di ombra per lei e per i suoi due cuccioli. Si era allontanata dal branco, ma era certa di essere in grado di ritrovarne le tracce senza problemi. Iniziò a leccare il musetto di uno dei suoi piccoli, per rassicurarlo, e mentre era tutta intenta a quel gesto teneramente materno avvertì un rapido movimento e vide il secondo cucciolo riverso a terra con la gola squarciata, e la leonessa sopra di lui che ne faceva scempio con i suoi denti e gli artigli.
Restò parallizzata dall'orrore per una frazione di secondo, poi l'istinto di sopravvivenza fece il suo lavoro e le sue gambe muscolose la portarono rapidamente a distanza di sicurezza dalla portatrice di morte, con il cucciolo sopravvissuto che le zompettava dietro inorridito e confuso.
"Ti ringrazio, era quello che ci voleva", disse la leonessa al baobab, scherzando.
"Non devi ringraziarmi, io non ho fatto niente. Non posso chiamare a me le gazzelle più di quanto tu possa chiamare a te la pioggia" rispose il baobab.
La leonessa parve stupita, ma continuò la conversazione con l'albero masticando soddisfatta la morbida pancia della sua preda.
"Era da giorni che non mangiavo. Mi hai portato fortuna, vecchio albero. Credo che resterò più spesso qui nei dintorni."
"Mi sta bene. Voi leoni siete troppo piccoli e deboli per farmi del male, non siete pericolosi come gli elefanti."
"Una volta ho mangiato carne di elefante. I bei tempi in cui cacciavo col branco. Con un elefante puoi mangiare a sazietà per giorni, ma la gazzella è molto più tenera e saporita. Dovresti provare"
Il baobab restò interdetto e disgustato.
"Io non uccido nessuno per mangiare, io prendo l'acqua dalla terra e l'energia dal sole, e nutro gli animali con le mie foglie e i miei frutti. Io sono un baobab, io non uccido."
"Oh beh, come vuoi" rispose la leonessa offesa "io domani me ne vado, ti lascio qui un po' di gazzella. Il suo sangue passerà nel terreno e arriverà alle tue radici, così potrai assaggiarlo."
Il babobab aveva certamente già assorbito del sangue attraverso le sue radici, la cosa non era certo nuova, ma era la prima volta che ne prendeva consapevolezza esplicita. Trovò la cosa disgustosa e perversa, e contraria alla sua natura di albero.
Il giorno seguente la leonessa si svegliò e salutò il nuovo giorno con un potente ruggito, poi, come promesso, portò contro il tronco del baobab gli ultimi brandelli sanguinolenti che una volta erano stati un cucciolo di gazzella e se ne andò.
Il baobab restò chiuso nel suo silenzio.

Qualche giorno dopo venne la pioggia, e l'acqua iniziò ad arrivare copiosa alle radici del baobab, che ne bevve avidamente. Cercò di concentrarsi sulla presenza del sangue, sforzandosi di identificarlo in mezzo a tutti i sapori del terreno.
Dopo qualche tempo riuscì ad identificarlo con chiarezza, si trattava di un leggero sentore di ferro che ricordava di aver già provato in passato, senza però chiedersi il motivo della sua presenza.
Con suo grande rammarico, lo trovò in qulche modo gradevole.

Qualche mese dopo, la leonessa capitò nuovamente sotto al baobab.
"Ciao vecchio legno, sono felice di rivederti, perché questo significa che siano entrambi ancora vivi. Io non sono morta di fame e tu non sei stato colpito da un fulmine."
"E' estremamente improbabile che un fulmine mi colpisca. E' per questo che noi baobab viviamo a lungo, mentre voi leoni morite così giovani"
"Lo sai cosa sei, signor baobab? Sei un vecchio albero noioso, sempre lì a fare i conti col bilancino dei pro e dei contro, a succhiare aqua e merda per buttare fuori foglie e frutti che verranno mangiati dagli stessi uccelli che poi ti cagheranno addosso. Voi albero non vivete più a lungo di noi leoni, voi alberi non vivete affatto. Siete appena appena più vivi di un sasso."
Il baobab restò colpito e confuso, non aveva mai provato a vedere le cose in questa prospettiva.
"Voi leoni cosa fate invece di così interessante?"
"Noi andiamo a caccia, uccidiamo, sentiamo il sapore del sangue caldo nella nostra bocca. Quando c'è la stagione degli amori ci cerchiamo tra maschi e femmine e ci accoppiamo. Tu non hai mai rincorso ed ucciso una gazzella, non sei mai stato montato da un forte maschio che ti ha resa gravida del suo seme, come puoi dire di essere vivo?"
"Io porto la vita", rispose il baobab, cercando di mantenere un contegno onorevole, "tu porti la morte. Tutti gli animali vengono verso di me e fuggono da te. Mi nutro senza uccidere e mi riproduco senza fretta. Cosa ci guadagnerei nell'essere un leone?"
"Ci guadagneresti il sapore del sangue", rispose ruggendo la leonessa.

Gli anni passavano lentamente, nella savana, e il babobab restava esteriormente sempre identico a sé stesso, ma dentro di sé aveva iniziato a sviluppare una curiosità verso il mondo che andava al di là delle sue radici.
Di tanto in tanto interrogava gli uccelli migratori, chiedendo loro cosa vi fosse al di là del suo orizzonte e ricevendo risposte incomprensibili di alberi sempre pieni di foglie verdi e infinite distese di acqua che non si poteva bere.
Quando la leonessa tornò a fargli visita, era visibilmente invecchiata ed aveva alcune vistose cicatrici sul suo corpo.
"Ciao leonessa", disse il baobab, felice di rivederla ancora viva.
Era una sensazione strana per l'albero, quella di provare sensazioni così forti. Aveva sentito la mancanza della leonessa e dei suoi discorsi strani, e provava sollievo nel rivederla. Sentiva il desiderio di parlarle.
"Ciao albero" rispose il felino, a sua volta felice di rivedere l'albero. "Ho ripensato alle tue parole, sai? Quando ero più giovane non desideravo altro che sangue fresco e vigorose copule, e non capivo come tu potessi stare qui fermo a fare niente. Adesso le mie zampe sono deboli e stanche, la mia vista non è più quella di una volta, e il mio corpo non può più dare figli. Eppure devo ancora correre dietro alle gazzelle, che sempre più raramente si fanno acchiappare, e la fame mi fa soffrire. A volte arrivo ad invidiare le tue radici"
"Ed io vorrei provare a sollevare le mie radici e correre verso i fiumi ed i mari, per non dover aspettare sonnecchiando che arrivi la pioggia. Ma d'altronde.."
BAM!
Un suono violentissimo, come di tuono, colpì la savana
Il corpo della leonessa si sollevò in aria spruzzando sangue e ricadde con un tonfo sordo.
L'albero, sconvolto e non riusciva a capire cosa fosse accaduto.
"Leonessa, cosa è stato quel suono? Non capisco"
"Fucile", rispose la leonessa sputando sangue, "speravo in una morte migliore".
"Fucile? Cosa significa? Cos'è un fucile? Perché perdi sangue? Leonessa, rispondimi, ti prego"
La leonessa non rispose.

Pochi minuti dopo un bontolio sordo e metallico si avvicinò all'albero, sollevando una colonna di polvere.
Un mostruoso animale squadrato e luccicante si fermò davanti al baobab, e dal suo dorso scese un piccolo animale simile ad una scimmia.
"Perbacco, che bell'esemplare!" esclamò il cacciarore ammirando il corpo delle leonessa appena abbattuta. "Molto meglio di come sembrasse da lontano, Ottima pelle, denti sani, ci guadagnerò una fortuna".
Il baobab non riusciva a capire cosa gli stesse accadendo, si sentiva invaso da sensazioni per lui del tutto prive di senso: odio, dolore, frustrazione e angoscia percorrevano il suo tronco come una linfa nuova, potente e sconosciuta.
Per la prima volta nella sua lunga esistenza, il baobab provò il desiderio di uccidere, di sentire scorrere sui suoi rami il sangue di quella scimmia deforme e malvagia che gli aveva portato via la leonessa.
Il cacciatore si sedette ai piedi dell'albero e si accese una sigaretta per celebrare il suo successo, del tutto ignaro di quello che stava accadendo nel legno del baobab.
Dopo la sigaretta avvolse il corpo della leonessa in un sacco di plastica e lo caricò sul suo fuoristrada.
Il baobab cercò disperatamente di allungare i rami, di afferrare quella cosa e di stritolarla, di fare a pezzi quel mostruoso abominio contronatura, ma tutta la sua rabbia non poteva cambiare la sua natura di immobile vegetale.
Mentre il cacciatore si allontanava, il babobab contemplò con tristezza la chiazza di sangue lasciata dalla sua amica leonessa.
"Il sapore del sangue" commentò l'albero, "mi è rimasto soltanto il sapore del sangue".


04/12/2011
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