Germania, anno zero/2


E poi inizio a scrivere, prima che questo angolo di universo svanisca nel nulla.

Germania.
Melsungen.
La Sede della Casa Madre.

Nonostante tutto, mi piace stare qui: è un posto tranquillo. Anche le discussioni di lavoro sono più serene e distese; le idee e le opinioni si discutono e non si urlano: nessuno considera un'obiezione tecnica come un'offesa personale da lavare col sangue.
Poi però torno in albergo e subentra l'angoscia da occasione persa, che come al solito si diverte ad attanagliare la mia solitudine.
L'idea di essere completamente solo mi stuzzica. Alla Casa Madre hanno solo una vaga idea del perché io sia qui: non ho un vero incarico, non ho appuntamento con nessuno, mi limito a cercare di tappare un po' di buchi che erano rimasti in sospeso.
Potrei tranquillamente passare la notte a folleggiare, sbronzarmi a morte, vomitare l'anima, dormire fino a mezzogiorno per poi presentarmi in ufficio, salutare e partire. Nessuno ci farebbe caso.
E' una sensazione bella e potente, che mi tiene vivo mentre la stanchezza sta mandando lentamente in metastasi nelle mie ossa. Accarezzo dolcemente l'idea della trasgressione totale, giusto per dare un po' di nutrimento al piccolo mostro che mi tiene sempre compagnia.
Mi spoglio, e faccio l'amore con il mio computer portatile che mi parla in tedesco.
Uso gli ultimi brandelli di muscoli per trascinarmi sotto la doccia calda e profumata di vaniglia. L'acqua assorbe via tutti i miei turbamenti e scioglie le mie incertezze.
Mi metto davanti allo specchio e guardo negli occhi la mia anima.
Sorrido al vecchietto che è in me, prendo un libro ed esco dall'hotel per mettermi sotto al porticato, in poltrona, aspettando che il tramonto si decida a farmi visita. Credo che mi manchi solo una pipa in bocca, un bicchiere di cognac sul tavolino e un cane accoccolato ai miei piedi.

Tra le pagine, Bandini inveisce contro l'umanità pecorona e incolta, mentre io sbircio con curiosità i corpi pingui e paonazzi dei tedeschi e delle tedesche reduci dal corso di aerobica.
Mi rendo conto di quanto sia sproporzionatamente poetica l'immagine di un (bellissimo) ragazzo italiano che legge un libro di John Fante davanti a un ristorante italiano in uno sperduto paesino tedesco, mentre il sole si spegne lentamente colorando le pagine di rosa. Aspetta primavera, Bandini: tra un mese esatto sarò anch'io lì a Los Angeles.
E intanto i tedeschi che assediano il ristorante italiano per provare l'ebbrezza del cappuccino digestivo mi fanno sentire immensamente grande e buono.

Si sta facendo buio e lo stomaco lancia le ultime, disperate, urla di protesta contro la mia attitudine bohémienne. Mi piace giocare con la mia fame, mi dà una strana sensazione di libertà e mi fa pensare più in fretta, anche se con meno lucidità.
Mi alzo e vado verso la fontana che si erge al centro del parcheggio.
Inizio a fissare l'acqua che scivola sul muschio che ricopre i sassi. Mi sembra uno spettacolo incredibilmente bello, e mi commuove l'idea di essere il solo ad accorgermi di tanta bellezza.
Al centro della fontana un gigantesco pene in PVC nero spruzza il suo infinito orgasmo di acqua schiumante, circondato da alte dita di pietra che lo sorvegliano rigide e severe, cercando di nasconderlo allo sguardo dei passanti.
Ma è troppo tardi: un giovane italiano al tramonto ha scoperto il trucco e simpatizza istintivamente per le marachelle esibizioniste del giovane tubo di gomma.

Improvvisamente sono conscio del mio desiderio di scrivere le mie sensazioni.
Lascio girare le parole nella mia testa, fino a che non sedimentano in una forma aggraziata.
Una signora mi si avvicina (io non parlo il tedesco, scusami, pardòn) e inizia a fissare la fontana come se non l'avesse mai vista prima che i miei occhi trasformassero questo sgraziato ammasso di plastica e sassi in una buffa pièce teatrale. Guarda la fontana e sorride. Chissà se vede quello che vedo anch'io.
Arrivano il marito e i bambini: i piccoli crucchi iniziano a camminare sui sassi bagnati e a toccare le rocce, compiendo con assoluta naturalezza quello che io non sono riuscito ad osare.
Infine cala il sipario sul sole alemanno e io penetro nel ristorante italiano per ordinare pizzebbirra e riempirmi la pancia. Ma la frenetica inquietudine immaginativa non mi vuole lasciare solo.
Se fossi in camera mi sarei già tuffato sulla tastiera a vomitare parole, ma sono seduto al ristorante aspettando pizzebbirra.
Mi alzo di scatto, corro verso la macchina, la apro, la frugo, ma non trovo quello che cerco.
Mentre la birra mi aspetta paziente sul mio tavolo io corro in albergo e mi getto freneticamente sulla porta della mia camera.
Carta e penna: il mio regno per carta e penna!
Il quaderno di John Lemon che uso per gli appunti durante le riunioni di lavoro. La biro rossa nata per correggere gli errori di progetto che si trasforma in un contatto diretto tra il mio cuore e la carta.

E poi inizio a scrivere, prima che questo angolo di universo svanisca nel nulla.

Torna alla home page