Maranza tropical


ci sono palme e bambù: è un luogo pieno di virtù

ci sono palme e bambù: è un luogo pieno di virtù

ci sono palme e bambù: è un luogo pieno di virtù



ci sono palme e bambù: è un luogo pieno di virtù

Non sono mai stato un tipo da mare e spiaggia, e i tropici non mi hanno mai attirato particolarmente.
Le isolette con la spiaggia bianca bianca e il mare azzurro mi sono sempre sembrate delle cose carine da mettere nelle cartoline, ma per i miei viaggi ho sempre preferito destinazioni mentalmente più stimolanti.
Poi una serie di fortunate coincidenze (Agosto bloccato in ufficio a lavorare, un appartamento gratis per due settimane in Ottobre, l'assoluta mancanza di altri progetti) mi ha spinto ad andare a fare un giretto nella Repubblica Dominicana (meglio conosciuta al grande pubblico con il nome di "Santo Domingo", che però oggi è il nome della capitale e non dello stato).
Inutile dire che il commento di quasi tutte le persone a cui dicevo che stavo per partire per Santo Domingo era a senso unico: "Ah, vecchio porco, vai a scoparti le negrette, eh! Ha ha ha! Tu si che ti godi la vita, brutto porcello!".
Qualche rara anima pia (rigorosamente di sesso femminile) si azzardava timidamente a porre l'accento sul mare, il sole, la spiaggia e l'abbronzatura.
Sorprendentemente, nessuno faceva commenti sulle bellezze archietttoniche della zona coloniale della capitale o sulla possibilità di visitare le piantagioni di canna da zucchero e di cacao.

AVVERTENZE

(Il racconto è decisamente lungo e, nonostante i miei sforzi di renderlo interessante, potrebbe essere a tratti decisamente palloso. Ci sono dei dettagli che potrebbero sembrare assolutamente insignificanti a chi legge, ma che per me sono molto importanti. Già che mi sono preso la briga di fare un reportage, ho preferito farlo in maniera che significasse qualcosa per me piuttosto che per un qualunque navigatore anonimo.)
Ad ogni modo, ecco il reportage di quello che è successo, con tante belle foto fatte da me medesimo.

 

Domenica 5 Ottobre 2003

Dopo lunghe peripezie, approfondite letture delle guide turistiche e corso accelerato di spagnolo per le esigenze di prima sopravvivenza ("tengo que dar cuerda a mi desperdador", "la estatua parece haya salido ahora del taller del Donatello" e simili), arriva il giorno della tanto agognata partenza per il volo Milano-Parigi-Santo Domingo.
Essendo l'aereo alle 10:30 mi presento a Malpensa puntuale come uno svizzero a cucù alle 8:30 per fare il check in.
Vado al banco Air France, guardo il numero del volo, controllo quello del mio biglietto, riguardo il numero del volo, riguardo quello del biglietto.
Non ci sono cazzi, sono due numeri diversi.
Controllo meglio il biglietto e mi accorgo con un fremito di orrore che il biglietto è per il volo delle 9:30.
Prendo un rapido appunto mentale di controllare il foglietto con le indicazioni per il volo che mi ha dato M* (la mia personale agenzia di viaggi nonché vicina di casa) ed eventualmente di prenderla a calci nel culo.

Il viaggio è impeccabile.
L'areoporto Charles de Gaulle è assolutamente sconfinato (e dire che Malpensa non è esattamente un buchetto) e serve un autobus per passare da una parte all'altra.
Alle porte di imbarco ci sono persone di ogni razza e nazionalità, compresa una donna completamente ricoperta di veli a mo' di burqa e un numero impressionante di enormi negre vestite con incantevoli abiti sgargianti e multicolori.
Facendo sfoggio della mia perfetta conoscenza della lingua francese mi compero l'ultimo libro di Pennac (le dictateur et le hamac) e mi preparo a partire.
Il volo Parigi-Santo Domingo è abbastanza vuoto (non è stagione turistica) e io dormicchio, mangiucchio, guardo un pessimo film finto-poliziesco con Harrison Ford e per l'ennesima volta mi stupisco di come nei film riescano a far sembrare interessante anche una città mortalmente piatta e noiosa come Los Angeles (si, sono stato anche lì: sono un globetrotter funambolico).

Il mio vicino di sedile era un veneto che ha dormito per metà viaggio e che, a quanto mi ha spiegato poi, fa sostanzialmente il pendolare della passera tra l'Italia e Santo Domingo.
Lavora come elettricista-caldaista (in proprio) per guadagnare un po' di soldi. Quando ne ha abbastanza prende l'aereo e parte.
Sono 3 anni che fa avanti e indietro ed ha comperato un appartamento a Boca Chica (la città dominicana universalmente famosa per avere una spiaggia bellissima e la più elevata concentrazione di mignotte dell'intero pianeta) ed si è fatto dare la doppia cittadinanza italiana-dominicana.
Ho approfittato dell'occasione per chiedermi di parlarmi un po' dell'isola, di dove valeva la pena di andare e di cosa fosse invece sconsigliabile, ed in risposta ho ricevuto solamente un desolante e martellante training sul comportamento delle "ragazze", su come contrattare per spuntare buoni prezzi e su come non farsi fregare.
Un punto fondamentale della sua filosofia era che queste ragazze bisogna tenerle a bada e trattarle con freddezza per evitare che ti si appiccichino addosso ed inizino a diventare gelose e possessive, se non addirittura esigenti e prepotenti ("e te lo dico per esperienza, ci sono cascato un sacco di volte!").
Mi ha raccontato di quante volte si è lasciato intenerire il cuore da racconti di padri malati o di figli piccoli bisognosi di soldi per studiare e di quante volte si è pentito nel vedere la ragazza spendersi tutto al tavolo da gioco pochi minuti dopo.
Nonostante la sua insistenza sul tema fosse piuttosto agghiacciante ho provato tenerezza per questo omone pelato con le manone corte e tozze e dagli occhi un po' tristi che non poteva fare a meno di "innamorarsi" di queste belle ragazze terribilmente affascinate dal suo portafogli.
Ho provato ad immaginare la vita di quest'uomo che fin da ragazzo ci ha sempre messo impegno e serietà per diventare un "serio ed onesto lavoratore" e trovare una "seria ed onesta ragazza" che lo amasse e volesse vivere con lui, per poi dover subire un'estenuante ed umiliante serie di rifiuti fino a sbarcare su un'isola dove ragazze bellissime ti giurano amore eterno per una manciata di banconote.
Cercando (inutilmente) di frenare il torrente di parole di saggezza del mio vicino, mi sono messo gli auricolari e ho visto il secondo film del viaggio: "Bruce Almighty" con Jim Carrey che acquista poteri divini e come prima cosa fa crescere le tette alla sua ragazza e fa sesso selvaggio tutta notte (per poi scoprire che, nonostante tutti i suoi poteri, non potrà costringerla ad amarlo perché l'Amore bla bla bla...).
Il film è veramente pessimo, però mi è sembrato veramente molto appropriato alla situazione.


Per farla breve: arrivo, taxi, hotel, stanza, nanna pesante.

 

Lunedi 6 Ottobre 2003

Sveglia all'alba (ore 12 in Italia), telefonata-lampo a casa per dire che todo va bien, guardo lo spettacolo dal balcone e resto un po' interedetto da tanta bellezza.
Eppure sono solo palme da cocco e un po' di mare con un po' di nuvole rosa: niente che non si possa vedere da qualunque balcone di Milano.
La spiaggia davanti all'hotel è "finta", nel senso che si ferma a qualche metro dal mare per lasciare spazio ad una scogliera di rocce vulcaniche affilate e frastagliate. Fare il bagno qui sarebbe decisamente una follia.
Dato che la vita da spiaggia non è un'opzione proponibile vado alla reception a prenotare un po' di "escursioni" verso le bellezze dell'isola.
Poi vado in piscina e vengo immediatamente placcato da un simpatico negretto che mi propone di comperare i suoi quadri esposti sulla spiaggia.
Faccio un po' di tira-e-molla sul prezzo e riesco a portarmi a casa due capolavori inestimabili per soli 60 $.

La cosa veramente divertente però è stata il dopo-acquisto, quando Bebeto (il giovane negréto) mi ha chiesto se potevo aiutarlo a scrivere una lettera d'amore per una ragazza in Italia.
Dopodiché un suo amico (anche lui, come Bebeto, di origine Haitiana) è salito su una palma per prendere un po' di noci di cocco per bere qualcosa di fresco.

Detta così sembra una cosa da nulla, ma in realtà il tizio si è dovuto arrampicare per una decina di metri su un tronco di palma, restare aggrappato coi piedi per staccare col machete le noci e poi scendere dal tronco tenendosele in braccio.
Sempre usando il fedele machete, Bebeto mi "prepara" un cocco tagliandone la parte verde e mozzandogli la "testa" in maniera da poter bere il latte.
Bere latte fresco di cocco colto direttamente dalla palma, seduto in spiaggia al caldo... inizio a pensare che i paesi tropicali non siano poi così male.

Nel pomeriggio mi faccio dare un passaggio da un "moto-concho" (gli onnipresenti "moto-taxi" che per pochi soldi ti portano ovunque, a patto che tu non abbia paura ad andare senza casco per strade sconnesse e piene di buchi su una moto scassata e ad una velocità decisamente inquietante) fino al "centro" di Juan Dolio, dove però non c'è assolutamente nulla tranne un paio di bar e ristoranti sulla spiaggia e la spiaggia stessa.
In compenso anche qui sono stato accalappiato da un vecchio haitiano che, dopo avermi fatto bere la Mama Juana (un mefitico intruglio a base di Rum e cortecce che, secondo lui, rende forti, guarisce tutti i dolori e rende molto "virili") mi ha venduto un altro paio di quadretti.
Ormai sono diventato una pinacoteca ambulante.

 

Martedi 7 Ottobre 2003

Prima "escursione" turistica del viaggio.
La meta è l'isola Catalina, disabitata e dotata di spiaggia di sabbia bianca e mare bellissimo e palme di cocco.
Originale, eh!
Nel pulmino c'è un fastidioso gruppo di italiani urlanti e una coppia di poveri tedeschi che devono subire in silenzio le urla e le canzoni "da gita".
Io mi unisco al silenzio tombale dei teutonici.
Dopo una breve pausa in una sorta di "supermercato per turisti" consistente in circa 10.000 metri quadri di ricordini e paccottiglia varia con prezzi spaventosamente alti (dei quadri assolutamente identici a quelli di Bebeto erano venduti ad un prezzo triplo) si arriva finalmente alla barca che ci porterà fino all'isola.

Il sole è assolutamente implacabile e io faccio abbondante uso di crema solare per mantenere intatto il mio affascinante pallore.
Gli italiani stanno sottocoperta a urlare e a godersi la musica (esclusivamente merengue e bachata) che esce ad un volume improponibile da una specie di mega-radiolona artigianale con un'autoradio nel mezzo e due enormi casse ai lati, mentre io sto di sopra a chiacchierare coi marinai dominicani e a fare sfoggio della mia perfetta padronanza delle lingua di Cervantes.
Prima di sbarcare ci fermiamo a fare il bagnetto con la maschera e le pinne in mezzo ai pesci.
Tra gli italiani ce n'è uno con la moglie dominicana ed il figlioletto marroncino che viene oscenamente coccolato e viziato da tutti.
Non facciamo in tempo a sbarcare sulla spiaggia (che in effetti è decisamente incantevole) che una vecchia viene a chiederci se vogliamo fare "le treccine".
Lo chiede anche a me e io le rispondo che le treccine non mi piacciono e che comunque ho i capelli decisamente troppo corti perché sia possibile farmi delle treccine.
Non ho capito bene cosa sia successo subito dopo, però mi sono ritrovato improvvisamente seduto su una sedia mentre la signora si affaccendava intorno ai miei capelli.
La notizia buona è che in questo modo ho evitato di partecipare alle terrificanti lezioni di merengue sulla spiaggia e che sono stato letteralmente inondato di coca e rum.
La cattiva notizia è che ho speso una cifra allucinante per delle treccine decisamente orripilanti.

 

Mercoledi 8 Ottobre 2003

Sveglia tardi, per la prima volta da quando sono arrivato. Verso le 11 prendo una gua-gua (un pulmino pubblico che si forma a richiesta: non costano praticamente niente e sono straordinariamente comodi) per andare a fare un giro a vedere la Capitale.
La gua gua mi molla in un punto imprecisato, da cui prendo un taxi (che ovviamente non costa niente neanche lui)
Passeggio qui e là, sempre e comunque attorniato da turisti di ogni tipo e da dominicani che cercano di vendergli qualcosa.
Vago qui e là, più o meno a caso.
Non è che ci sia poi moltissimo da vedere.
Fa caldo, quello si.
Davanti alla cattedrale (la prima cattedrale del Nuovo Mondo! Evviva!) c'è un vecchietto con la sedia a rotelle che vende cappelli ai turisti e io compero il cappello del vero Bianco Ricco, che mi consente di ripararmi dal sole e contemporaneamente di nascondere alla vista dei passanti le mie agghiacianti treccine.
Mentre vago qui e là una guida turistica mi si aggrappa al portafogli e mi fa fare il giro turistico della città spiegandomi questo e quello e anche quell'altro.
Poi torno a casa e dormo.

 

Giovedi 9 Ottobre 2003

Arriva finalmente il giorno in cui il Vero Turista Sborone (VTS) dà il meglio di sé: la gita alla isola Saona e dintorni.
L'isola Saona si chiama così perché Colombo l'ha regalata ad un suo marinaio di Savona, che però aveva fame e si è mangiato una lettera.
Si parte con il solito pulmino, con meno italiani dell'altra volta (che essendo di meno sono anche più tranquillini e simpatici) e tre francesi cicciottelli e anzianotti.
C'è anche l'omino con la videocamera per fare il filmino da far vedere agli amici e farli schiattare d'invidia.
Prima tappa: Altos de Chavon, una specie di villaggio in stile finto-antico costruito negli anni '70 che serve come campus per alcune scuole di arte e per manifestazioni di vario genere.
E' piuttosto insignificante e plasticoso: sembra un po' il villaggio del West di Gardaland, ma meno divertente.
In compenso c'è la vista su questo, che poi sarebbe il fiume grande e possente che somigliava ad un immenso serpente disteso. Cioé, in poche parole, il fiume di Apocalips Nàu (e anche di altri film).
Il prato verde che si vede a sinistra del fiume è uno dei campi da golf a 18 buche che sono stati messi lì per fare felici i turisti ricchi che hanno la casetta nei dintorni.

Prendiamo la barca a motore, scandiamo il fiume marroncino e seguiamo la costa per arrivare all'isola.
Quello che mi fa enormemente impressione (più dei villaggi vacanze da 15.000 persone, ad esempio) è il cielo, e le nuvole che ci stanno sopra alla testa.
Sembra che siano lì sospese a pochi metri dal mare, sembra di potergli andare addosso con la barca, ma poi se guardi bene ti accorgi che è solo un'impressione.
Ma sono strane, queste nuvole. Non ne ho mai viste, di nuvole così.

Facciamo un po' di cose fighe da turisti, tipo fermarsi a fare il bagno al largo dove però si tocca, bere coca e rum galleggiando in mare, fare le foto con le stelle marine (si, le prendiamo con cautela, facciamo le foto e poi le rimettiamo in mare, così gli ecologisti non si incazzano) e cose così.
Tutto molto ridicolo, eh, tutto molto "voglio fare il ricco nababbo per un giorno anche se vivo in un monolocale e faccio il cassiere all'Esselunga", però non è spiacevole.
E' una specie di allegra carnevalata e (fortunatamente) ce ne rendiamo conto tutti.

L'isola ovviamente è bellissima, la spiaggia meravigliosa, l'acqua cristallina, il sole, le palme, le noci di cocco, coca e rum a fiumi, buffet illimitato e tutte quelle cose lì che fanno piacere ai turisti.
Stiamo lì a rosolarci allegramente per qualche ora e guardiamo con (poca) inquietudine i nuvoloni neri che si accumulano incessantemente all'orizzonte.

Quando scade il nostro tempo di permanenza al Paradiso ci imbarchiamo su un catamarano e facciamo rotta verso la costa, accompagnati dalla musica ad un volume osceno.
A metà strada arriva il tanto temuto temporalone tropicale che ci inzuppa completamente.
Però chissenefrega, tanto fa caldo, e siamo talmente ubriachi che la pioggia non ci fa per niente paura.
Noi italiani (ehm, si, confermo il "noi") iniziamo a cantare "oh, sole mio" sotto lo sguardo inorridito dei marinai dominicani.

Trascrivo direttamente dai miei appunti di viaggio: "tutto molto idiota, ma decisamente grandioso: fare il cretino a tutto tondo fa bene all'anima".

 

Venerdi 10 Ottobre 2003

Piove, e non poco.
Resto tutto il giorno a rotolarmi sul letto e a guardare la televisione

 

........ (continua, per chi ha tempo e voglia)

 

 

 

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