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(continua
da qui)
Sabato 11 Ottobre
2003
Non avendo assolutamente nulla da fare causa mancanza di turisti, di escursioni
organizzate e di tempo decente, mi organizzo con Bebeto (che, poverello,
vaga come un'anima in pena qui e là per la spiaggia e la piscina)
per fare un giretto a San Pedro de Macoris e vedere una partita di baseball.
Del baseball non me ne frega molto, però dato che è lo sport
nazionale dominicano e che San Pedro ha una delle squadre più forti
del campionato mi
pare carino andare a vedere un po' di folklore locale.
Prendiamo la solita gua gua, arriviamo allo stadio e scopriamo che il
campionato inizia la settimana dopo e che comunque le partite sono di
domenica e non di sabato.
Per nulla scoraggiati dalla cosa ripieghiamo su uno dei campetti da baseball
dove giocano le squadre dei dilettanti.
Facendo un paragone comprensibile al mio amato pubblico italiano è
un po' come se fossimo andati a San Siro per vedere il Milan e avessimo
deciso poi di seguire il derby Olgiatese-Samaratese nel campetto dell'oratorio
lì davanti.
La gente del posto mi guarda un po' perplessa mentre sto seduto sulle
gradinate ad aspettare l'inizio della partita.
Probabilmente la reazione è la stessa che avrebbe il pubblico olgiatese
nel vedere uno sceicco arabo segire con attenzione la partita dei pulcini.
Il tempo però decide che è ora di finirla con questa ignobile
farsa e subito prima dell'inizio della partita fa scendere un diluvio
torrenziale.
Io e Bebeto gettiamo definitivamente la spugna e decidiamo che in fondo
in fondo a noi due del baseball non ce ne frega niente.
Prendiamo un paio di motoconcho (i cui guidatori non capiscono perché
vogliamo due moto diverse invece di salire tutti e due sulla stessa) e
ci facciamo portare in riva al mare.
Appena ci sediamo sul muricciolo arrivano due bambini che ci chiedono
se vogliamo farci lucidare le scarpe.
Le mie scarpe, oltre ad essere un vecchio paio rovinato e impresentabile,
sono anche coperte da un paio di centimetri di palta, ma la cosa pare
non scoraggiare i due piccoli sciuscià che, per una cifra ridicola
mi tirano a lucido le scarpe con il sapiente uso di un'intruglio "fatto
a mano" da uno dei due bambini e di un vecchio spazzolino da denti.
Posso ufficialmente ritenermi iscritto all'albo d'oro degli sfruttatori
di lavoro minorile, e la cosa mi gonfia di orgoglio.
Tornati a Juan Dolio abbiamo noleggiato un motorino (io pago, Bebeto guida)
per andare in discoteca la sera e fare un giro a Boca Chica il giorno
dopo, sperando nella clemenza del cielo.
La discoteca però apre alle 11 e mezza e quindi si presenta il
problema di tirare tardi.
Andiamo in una specie di "bar dello sport" bar gestito da un
americano e completamente tappezzato di copertine di riviste sportive
e gagliardetti di squadre di baseball e football.
Il proprietario è di una gentilezza e una disponibilità
notevoli e si fa molto volentieri quattro chiacchiere con noi mentre con
la coda dell'occhio segue una partita di football.
Arrivate le 11, io e Bebeto ci guardiamo in faccia e decidiamo in silenzio
che siamo tutti e due troppo stanchi per andare in discoteca, quindi decidiamo
di ripiegare su un altro locale notturno dove (mi assicura Bebeto) "c'è
mucha chica".
E così mi sono ritrovato in una specie di mini-discoteca-night-club
con 3-4 avventori e altrettante ragazze scollacciate e sculettanti.
Il barista faceva anche da DJ con un computer portatile appoggiato sul
suo bancone.
C'era un'atmosfera molto tranquilla, per nulla "morbosa e decadente",
più da festa delle medie che da night club.
Ci mancavano solo i nomi scritti col pennarello sui bicchieri di plastica.
Non sapendo che altro fare, mi sono fatto insegnare i rudimenti del merengue
da una delle ragazze e davanti al suo superbo ancheggiare mi sono sentito
un vecchietto paralitico con l'artrite.
Un'altra ragazza, un po' meno graziosa e molto più mignotteggiante,
mi ha preso da parte e mi ha portato fuori a bordo piscina ed ha cercato
in ogni modo di risvegliare in me qualche vago barlume di appetito erotico
appoggiando le (mie) mani sulle (sue) tette e paciugandomi un po' il pisello
da sopra i pantaloni, proponendomi contemporaneamente un "masaje"
a modico prezzo in una delle camerette al piano di sopra.
Ho cercato di farle capire che ero stanco morto e che se mi avesse sdraiato
su un letto mi sarei addormentato immediatamente, ma non c'era verso di
farla desistere.
Alla fine le ho dovuto dare una manciata di soldi e promettere che sarei
passato il giorno dopo e che l'avrei montata selvaggiamente per tutta
la notte.
Ero abbastanza esterefatto dalla situazione: avevo appena pagato una ragazza
carina per NON farmi sconcerie innominabili.
Sono andato a recuperare Bebeto, ho pagato la mia birra, le sue due birre
e la birra della mia "insegnante di merengue", mi sono reso
conto che il totale non arrivava a 10€ e mi sono profondamente commosso.
Domenica 12 Ottobre
2003
Festeggiando la mia prima settimana di presenza nella Repubblica Dominicana,
vado finalmente alla celeberrima spiaggia di Boca
Chica.
A bordo della potente motoretta guidata dal mio fedele Venerdì
ci facciamo questi 20 km sotto il sole cocente per arrivare in questo
posto di divertimento e lussuria che non ha paragoni nel mondo.
Neanche Milano Marittima (e dico Milano Marittima, non Putignano a Mare!)
potrebbe avvicinarsi ad un tale concentrato di perversione e lascivia.
Insomma, c'è la spiaggia bianca e il sole caldo, ma mancano le
palme per il cocco.
In compenso ci sono i venditori ambulanti di cocco e i ristoranti a 20
metri dalla spiaggia che portano da mangiare direttamente sotto l'ombrellone.
Sapendo benissimo che a me chiederebbero una cifra folle, lascio che sia
Bebeto a contrattare il prezzo di sdraio e ombrellone, che alla fine vengono
via gratis a patto che si ordini il pranzo al ristorante.
Nota a margine: tutti gli acchiappa-turisti che proponevano la sdraio
sottolineavano la possibilità di avere pranzo e ragazza serviti
direttamente sulla sdraio oppure "consumabili" al ristorante
ed annesse stanze.
In spiaggia ci sono svariati dominicani che fingono di non poter restare
ustionati dal sole a picco.
Sotto gli ombrelloni invece dominano turisti europei e americani (tra
cui anche qualche negrone ciccione con i bermuda a fiorelloni), molti
dei quali accompagnati dalla regolamentare giovane e bella fanciulla dominicana.
Fortunatamente non ho visto nessuna scena del tipo vecchio-settantenne-che-limona-quindicenne
e quindi ho potuto evitare di vomitare sulla sabbia bianchissima.
La giornata è passata placida e tranquilla (a parte una dominicana
psicotica però veramente bellina che mi ha sequestrato il cappello
e non me lo voleva più ridare) fino al momento di tornare in albergo,
quando, mentre già siamo in sella al motorino, veniamo placcati
da una giovane ma (incredibilmente) brutta ragazza che cerca di convincerci
a restare un po' a divertirci con lei.
Per sottolineare il concetto ha iniziato di soppiatto a ciancicarmi il
pisello mettendomi un po' in imbarazzo e rischiando di farmi cadere dal
motorino.
Probabilmente terrorizzata dalle mie dimensioni virili, la fanciulla decide
infine di mollare la presa e ci lascia partire.
Lunedi
13 Ottobre 2003
Gita organizzata alla Laguna del Limòn.
Nonostante il nome benaugurante, la gita è stata decisamente piatta
e noiosetta, probabilmente anche perché la compagnia (un gruppo
di anziani svizzeri rompicazzo) non era certo delle migliori.
Riassunto: panorama, pranzo, arrotolamento del sigaro, spiaggia, cavallo
che mi frulla i testicoli, temporale, palude, ritorno.
Unico punto veramente divertente dell'escursione è stata l'ultima
mezz'ora di viaggio, in cui ho chiesto informazioni all'autista e alla
guida sulle canzoni che passavano alla radio (e che ormai conoscevo a
memoria grazie all'assiduo ascolto di "Radio Clavel, la diferencia
musical" sui 100.3 FM).
L'autista, visibilmente commosso dal mio interesse, ha iniziato a spiegarmi
tutto quanto, a cercare cassette in giro per il pullmann e a scrivermi
titoli di canzoni e nomi di cantanti.
Il tutto, ovviamente, continuando
a guidare zigzagando tra le macchine.
Martedi 14 Ottobre
2003
Et voilà l'escursione clou dell'intera vacanza: il Jeep Safari
nell'entroterra Dominicano, a contatto con la vera essenza della dominicanità
e lontani dai turisti sporcaccioni e dalle spiagge bianche con le palme
di cocco, il tutto a bordo di una specie di camion
fuoristrada telonato.
L'allegra comitiva è composta da:
-coppia olandese con 1 bimbo e 2 bimbe, tutti incredibilmente biondi e
di pelle chiara
- 2 coppie di americani marroncini
- francesi assortiti
- 1 guida iperattiva e logorroica che ripete tutto in inglese e in francese
e si stupisce del fatto che io, pur essendo italiano, riesca a capire
entrambi
Facciamo visita ad un assolato e polveroso mercato locale, dove scopro
con sorpresa che le arance dominicane sono completamente diverse dalla
nostre: molto meno saporite ma più dolci.
Scopro anche che mi piace sgranocchiare la canna da zucchero, anche se
il fatto di dover sputare continuamente la polpa insalivata e appiccicosa
non è molto elegante.
Comperiamo uno stock di caramelle, che verranno poi lanciate ai bambini
dei villaggi che vengono a vedere il camion
che passa.
I bambini dominicani sono veramente troppo fighi: sono bellissimi, ridono
sempre, sono curiosi ma non rompicoglioni, molto educati, non infastidiscono
i turisti con ossessive richieste di soldi come accade in altri paesi
"poveri".
E' vero che si ammazzano per riuscire a gettersi sulle caramelle, ma questo
lo facevo anch'io quando passava il Giro d'Italia, quindi non credo sia
particolarmente significativo.
Quello che mi ha fatto davvero impressione è che, anche nei villaggi
più speduti in mezzo alla foresta, i bambini vanno a scuola con
la divisa scolastica
blu e beige impeccabile.
Le case rurali dominicane sono
decisamente "carine": non danno l'idea della miseria ma piuttosto
di una povertà tutto sommato dignitosa.
Sono in legno di palma con il tetto in lamiera, vistosamente colorate
con tinte accese.
Attorno alle case c'è una pulizia quasi innaturale.
Nelle zone in cui non arriva la corrente elettrica si arrangiano un po'
con le batterie delle macchine (che vengono portate "in città"
a ricaricare quando sono scariche) per le cose essenziali.
Come mezzi di trasporto si vede un po' di tutto, dai cavalli alle moto
(vecchie enduro scassate ma funzionanti) fino ai camioncini.
Si vede che di soldi ne girano davvero pochini e che avere qualcosa che
vada al di là della pura sussistenza non dev'essere facile, ma
personalmente non ho avuto l'impressione di un paese davvero disastrato
e disperato.
D'altronde se gli haitiani scappano a Santo Domingo per "stare meglio"
un motivo ci sarà pure.
Ci fermiamo in una di queste "case tipiche" per visitarla, e
la prima cosa che mi colpisce è la foto della figlia, scattata
in occasione del suo diploma.
Nonostante la foto non sia particolarmente ben fatta, appare evidente
che la figlia in questione è la più bella creatura vivente
che abbia mai fatto capolino sul pianeta terra.
Mentre gli altri visitano la casa (il che non prende molto tempo, dato
che sono due stranze e un'anticamera) io resto lì inebetito a fissare
la foto e a pensare a dove possa ora trovarsi questa meravigliosa e celestiale
creatura.
Usciamo dalla "casa" propriamente detta ed entriamo nella capanna-cucina
dove la mamma prepara la "bandera
dominicana" e cioé riso, fagioli e carne, e infine andiamo
sotto ad un gazebo di foglie di palma dove ci mostrano una sfilata di
prodotti locali tipici (cacao grezzo, caffé, miele).
Mentre mi guardo distrattamente in giro un lampo di bellezza colpisce
i miei occhi ed io resto inebetito per qualche secondo prima di capire
che Lei è lì davanti a me che cerca di tenere a bada la
sorellina.
Il suo abito bianco immacolato fa risaltare ancora di più le bellezza
della sua pelle scura.
Lei mi guarda e mi sorride timidamente, io cerco inutilmente di schiodarle
gli occhi di dosso perché non vorrei sembrare sfacciato e offensivo
e/o farmi tagliare un'apendice a scelta da suo papà (ho visto l'abilità
con cui i dominicani maneggiano il machete e non è affatto rassicurante).
La sorgente della mia beatitudine va in cucina ad aiutare mamma a preparare
il pranzo che io spero ardentemente essere compreso nel pacchetto-escursione.
Io la guardo attraverso la finestra della cucina, poi decido di lanciare
il cuore oltre l'ostacolo e, con la scusa del fatto che sono un turista,
le chiedo se posso farle una foto.
La nostra guida mi si avvicina e mi tesse le lodi della ragazza (come
se le sue parole potessero aggiungere qualcosa a quello che ho già
visto) dicendomi che è "una seņorita per bene" e non
una di quelle zozzone di Boca Chica.
Dopodiché mi chiede se, invece di proseguire il viaggio, voglio
restare lì alla casa e, eventualmente, sposarla.
La ragazza abbassa timidamente lo sguardo e io devo strapparmi il cuore
dal petto per costringermi a dire "no, grazie".
So che lo rimpiangerò in eterno e che mi verrà da piangere
ogni volta che mi sdraierò da solo nel mio letto dopo l'ennesimo
due di picche, però un matrimonio-lampo nella foresta dominicana
non è una delle cose che io possa affrontare con serenità.
Il resto del viaggio prosegue tranquillo e divertente, tra la visita alla
cascata, il combattimento
(simulato) tra galli, il ristorante
per turisti gestito da un tedesco e il ritorno con la polvere che entra
in bocca e negli occhi.
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Il mio soggiorno sull'isola non ha null'altro che possa essere, per una
ragione o per l'altra, raccontato ai visitatori di questo sito, e comunque
mi sono rotto i coglioni di scrivere e descrivere..
Accontentatevi di sapere che, dopo mille e mille peripezie, sono riuscito
(unico al mondo!) a passare due settimane nella Repubblica Dominicana
senza avere rapporti sessuali, il che mi è valso l'eterno scherno
di tutti i miei conoscenti.
Il Maranza vi ringrazia per la gentile attenzione e vi dà appuntamento
alla prossima puntata de "le meravigliose avventure del Maranza"
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Un
altro resoconto di viaggio, un po' meno logorroico
Un
resoconto un po' da papaboy
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